sabato 28 giugno 2008

INTRO

Car@ Compagn@,

questo vuole essere un contributo, provvisorio e incompleto, alla discussione di Rifondazione Comunista e della sinistra, un contributo che parte da questo pezzo di Mezzogiorno, l’Irpinia, dalle sue emergenze, dai processi che la attraversano, dai luoghi di resistenza e di conflitto sociale che pure ci sono, dai sogni e dai bisogni di questo territorio e della sua gente.

È una bozza schematica, sintetica, scarna, perfino troppo, quasi a rappresentare la nostra insufficienza e la nostra inadeguatezza. L’abbiamo voluta così perché fosse uno stimolo ad un lavoro e ad una riflessione collettiva e open source, aperta al contributo di tutt@ e non calata dall’alto.
Dunque, uno strumento di confronto da utilizzare nei nostri congressi di Circolo e nella rete (con questo blog), che ci aiuti a costruire una trama di ragionamento in vista del nostro prossimo Congresso provinciale e per il futuro della sinistra e dell’Irpinia.

Dopo la pesante sconfitta del 13-14 giugno, abbiamo bisogno di una forte autocritica, di una riflessione acuta e profonda, di ricostruire una sinistra dal basso, dai territori, dall’opposizione al Governo Berlusconi, di riannodare il sociale al politico.
È con questo spirito che dobbiamo ricominciare, insieme, a camminare.


PRIMI FIRMATARI:
G. Imbriano, P. Albanese, P. Beatrice , C. Boccia, G. Bruno, A. Canonico, E. Ciotta, A. Caputo, G. Caputo, A. Coscia, A. Diana, A. De Lucia, M. Di Cosmo, A. Di Ninno, C. Festa, A. Hilda Tobar, R. Masucci, V. Napolillo, A. Nigro, A. Pelullo, F. Pennella, A. Ragazzo, G. Renna, M. Ruggiero, D. Sciarappa, C. Spiniello, N. Todino, S. Ventura, M. Valentino

La nostra Rifondazione e l'unità della sinistra

La sconfitta non è stata semplicemente un fatto politico. L’esito di quelle elezioni, e ancor di più gli eventi di cronaca di queste settimane, ci parlano evidentemente di una sconfitta che viene da lontano, che interroga tutta l’Europa, e che ha profonde radici culturali e sociali.
Le destre ci hanno battuto sul terreno dell’egemonia, insinuandosi nella frantumazione delle comunità e dei legami sociali che ha prodotto la globalizzazione in questi anni.
In questa società, dove saltano i vincoli di solidarietà, Rifondazione deve ripartire da se stessa e dare concreti segnali, provando sempre più ad essere una comunità di donne e di uomini che bandiscono gli scontri personalistici, per dedicarsi unitariamente al lavoro impegnativo e alla sfida difficile che abbiamo davanti. Oggi dobbiamo produrre ogni sforzo per essere un partito che prefiguri nella sua vita quotidiana quella società di “liberi ed uguali” a cui alludiamo quando parliamo di comunismo.
Sul terreno dell’apertura, ai movimenti e alla sinistra diffusa, alle donne e ai giovani, al corpo del Partito, molta strada è stata fatta in questi anni nella nostra Federazione, ma occorre proseguire il cammino senza “torcicolli”, costruendo pratiche sempre più partecipate e orizzontali.
In questo modo potremo essere “costruttori di società” e contribuire, anche attraverso il ripensamento del ruolo dei Circoli, a realizzare nei territori dei luoghi aperti dove si incontrino le diverse soggettività sociali e politiche della Sinistra, quelle che coniugano il conflitto e la cooperazione, la mutualità e la socialità. Su questo terreno dobbiamo sperimentare con coraggio, immaginando che in questi spazi, assieme a noi, possano convivere i gruppi di acquisto solidale contro il carovita, corsi di italiano per stranieri e ripetizioni per gli studenti, biblioteche e mercatini dei libri usati, bar con prezzi popolari, sportelli informativi.

Ma non basta tornare retoricamente ai territori e ai luoghi di lavoro, nella società. Questi luoghi, in cui la Sinistra e il Movimento operaio hanno costruito, almeno per tutto il ‘900, il proprio insediamento sociale e il proprio progetto politico, sono stati oggi completamente travolti dalla potenza dei processi di globalizzazione capitalistica. E in molti casi, lì dove, una volta, la sinistra riusciva a costruire un blocco sociale e una coscienza di classe, oggi, si è imposto l’individualismo e le “guerre tra poveri”.
Oggi, una volta trovata la forza per rialzarci, abbiamo bisogno di costruire nuovi e più aggiornati elementi di conoscenza e di analisi, per orientarci opportunamente nel nostro cammino. Altrimenti, senza questo studio, pensando che la società sia sempre uguale a se stessa, sbaglieremmo sicuramente la strada.
Con umiltà, l’inchiesta sociale deve caratterizzare il nostro Congresso e, in prospettiva, il nostro impegno futuro.

Da subito il Partito irpino, a partire dalle mobilitazioni anti-discarica, deve impegnarsi nella diffusione dell’opposizione sociale e politica al governo Berlusconi. La manifestazione del 31 maggio a Pianodardine è stata un momento decisivo –ancorché insufficiente- per la tutela ambientale dell’Irpinia e per la difesa della democrazia del nostro Paese, contro un’idea militarizzata della decisione politica e di criminalizzazione del dissenso che le destre hanno messo in campo.

Rifondazione deve ripartire. Deve ripartire da se, dalla sua migliore esperienza, dalla sua cultura politica innovativa, dalla sua capacità di apertura e contaminazione, e mettere tutto questo a disposizione del percorso costituente della sinistra.
Rifondazione e la sinistra possono ricominciare a camminare da qui, dal basso, dai territori, dall’inchiesta sociale, dall’opposizione al governo Berlusconi.

Lavoro, non lavoro, precarietà

La globalizzazione e la precarietà, negli ultimi anni, hanno cambiato la fisionomia della produzione, hanno polverizzato le comunità di lavoro, ribaltato i rapporti di forza nella società a netto vantaggio del capitale. Tutto questo abbiamo definito come “rivoluzione capitalistica restauratrice”, un insieme di processi che arriva, oggi, nel nostro Paese, perfino a mettere in discussione il ruolo e la centralità del contratto collettivo nazionale, dopo averlo indebolito progressivamente, bloccando qualsiasi aumento salariale nel corso degli ultimi anni.
Il mondo del lavoro deve essere oggetto, da parte nostra, di un grande sforzo di inchiesta e di conoscenza che possa consentirci, in prospettiva, un maggiore insediamento e una più efficace iniziativa politica, anche nel sindacato.

L’attuale condizione dell’economia irpina è riassumibile da pochi dati estremamente significativi: un altissimo tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile e femminile), frutto anche delle crisi industriali e dei licenziamenti, una notevole diffusione della precarietà e una potente ripresa dell’emigrazione.
Da ormai un quindicennio l’Irpinia ha smesso di crescere, da quando il modello economico produttivo determinatosi con l’industrializzazione è entrato in crisi a causa della diminuzione dell’entità dei finanziamenti pubblici alle imprese e per via dell’innalzamento, nell’economia globalizzata, dei livelli di concorrenza sul costo del lavoro da parte di paesi emergenti.

Certamente gli effetti della congiuntura economica sono stati più traumatici qui, perché le produzioni poco specializzate sono quelle più esposte.
Inoltre, l’apertura di nuovi mercati ha spinto molte aziende a delocalizzare la produzione in zone dove la manodopera è a più basso costo rispetto all’Irpinia.
E oggi siamo ancora nel pieno di quella crisi di sistema, senza che sia stata indicata una missione per il nostro territorio, rischiando di perdere l’ennesima possibilità rappresentata dai fondi europei della programmazione 2007-2013.

In questi anni, sono rimasti costanti i fenomeni del lavoro nero e irregolare –in cui spesso sono impiegati i migranti, costretti alla clandestinità dalla legge Bossi-Fini-, come testimoniano anche le molte inchieste promosse dalla magistratura.
E si è diffusa notevolmente la precarietà, nell’industria come nel settore dei servizi e nella pubblica amministrazione.
La precarietà è ormai la cifra della produzione globalizzata. Un fenomeno che non riguarda più soltanto i giovani su cui vengono sperimentate le tipologie contrattuali della Legge 30, ma che investe la società e la vita. La precarietà è oggi una condizione esistenziale assolutamente insostenibile, che non consente di progettarsi un futuro.
Dunque precario non è soltanto il giovane “interinale”.
Precari sono pure gli Lsu, che occorre spingere in un percorso di stabilizzazione, come abbiamo fatto al Comune di Avellino. Precari finiscono per essere anche quei lavoratori “esternalizzati” che, come avviene alla mensa dell’Ospedale Moscati, pur assicurando un servizio fondamentale, devono lottare -ogni volta che una ditta si aggiudica l’appalto- per difendere il proprio posto di lavoro. E di fatto sono precari quegli operai –che pure assunti con contratti a tempo indeterminato-, rischiano di vedere trasferita la propria produzione altrove, come è avvenuto con le vertenze Bitron e Valeo.
Soprattutto per i giovani irpini l’accesso al lavoro è oggettivamente difficile: stretti tra alti livelli di disoccupazione, una crescente precarietà e pervasivi sistemi clientelari.
Di fronte a tutto questo, occorre un grande sforzo di conoscenza e di radicamento nei luoghi del lavoro, una più partecipata e puntuale presenza nelle tante vertenze in cui, pure negli ultimi anni, siamo stati impegnati. Sono queste le condizioni essenziali per una ripresa del conflitto sociale.

Emigrazione e questione meridionale

“Nel 2007 il rapporto tra il prodotto per abitante delle regioni meridionali e quello del Centro Nord non ha raggiunto il 60 per cento; resta inferiore a quello di trent’anni fa. La produttività media degli occupati del Mezzogiorno è inferiore del 18 per cento a quella del Centro Nord. Il tasso di occupazione è più basso di 19 punti. La quota di lavoro irregolare sfiora ancora il 20 per cento, il doppio di quella delle regioni centro-settentrionali”. Questo dice finanche il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, che di certo non ha grandi simpatie per il Sud e per la Sinistra.

La poderosa ripresa dell’emigrazione dal Mezzogiorno ripropone in modo inequivocabile l’attualità della Questione meridionale.
Un fenomeno che negli ultimi anni ha conosciuto una drammatica accelerazione, in concomitanza con una fase di stagnazione economica e con processi di de-industrializzazione, da una parte, e con il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego dall’altra.
Da tutto il Sud, negli ultimi 4 anni, l’Istat ha registrato movimenti migratori verso il centro-nord nell’ordine di 1,3 milioni annui. Numeri paragonabili soltanto alle statistiche degli anni 60 e 70.
Ma, a differenza di allora, oggi sono prevalentemente i giovani con alti livelli di scolarizzazione a fare la valigia: ragazze e ragazzi che partono per sfuggire alla disoccupazione e alle clientele e che, anche per i bassi profili attualmente richiesti dal mercato del lavoro meridionale, difficilmente potranno rientrare.

E questo accade anche in Irpinia, senza che le istituzioni riescano a contrastare il fenomeno.
Il nostro territorio perde così la sua più straordinaria risorsa, non solo in termini di pil e di ricchezza, ma anche e soprattutto dal punto di vista sociale.
Nei paesi dell’Irpinia, così colpiti dallo spopolamento, sono stati travolti tanti dei legami che ne costituivano l’articolazione sociale: basta guardare a come si sono svuotate di senso e di relazioni le nostre piazze e i nostri quartieri, a come i nostri paesi rischiano di essere luoghi e non più comunità.
Questo cambiamento va indagato anche per comprendere in quale misura e in quali forme è possibile un nuovo radicamento del partito nei territori e nei paesi.

Una nuova questione meridionale si è manifestata davanti a noi.
Una condizione già difficile, frutto dell’assenza di un serio intervento pubblico, e che rischia pesantemente di aggravarsi nei prossimi anni, quando il sud Italia non potrà più beneficiare dei fondi europei e se a questa condizione verrà a sommarsi l’introduzione di un modello federalista di stampo leghista.
Infatti, i fondi europei, benché utilizzati male, secondo la solita filosofia dei finanziamenti a pioggia, hanno rappresentato comunque un flusso di denaro importante e che spesso ha svolto un ruolo sostitutivo a fronte dei tagli imposti, dalle ultime finanziarie, ai trasferimenti a favore degli enti locali.
Se si pensa che nel 2013 il mezzogiorno uscirà dall’Obiettivo 1 e che le destre hanno annunciato l’intenzione di varare al più presto un federalismo a-solidale che lascia maggiori risorse al nord tagliando quelle che oggi vengono destinate al sud, allora si comprende quanto sia fondamentale mettere al centro della nostra iniziativa e dell’opposizione il tema del Mezzogiorno.
È ormai evidente che non esiste sinistra che non sia meridionalista e non esiste questione meridionale se non esiste una sinistra!

Rifiuti

Berlusconi, sulla cosiddetta emergenza rifiuti, sta sperimentando un nuovo modello di governo che prova ad impone le scelte con la forza, dentro un’emergenza e uno stato d’eccezione che sembrano divenire artificialmente permanenti, e che hanno giustificato anche l’approvazione di provvedimenti con gravi profili di incostituzionalità.
Dai primi giorni del Governo Berlusconi, abbiamo assistito alla produzione di un diritto della diseguaglianza, con norme penali che colpiscono il conflitto sociale, con la creazione di Tribunali speciali per chi dovrà gestire impunemente l’emergenza rifiuti, con la deroga ad elementari norme nazionali ed europee in materia ambientale.
Poi, strumentalizzando le paure diffuse, alimentando la paranoia securitaria il Governo ha deciso di voler utilizzare l’Esercito non solo per presidiare le discariche ma anche con compiti di sicurezza e ordine pubblico nelle città: non tanto un deterrente contro la criminalità quanto una minaccia contro il dissenso e l’ordinamento costituzionale.
Si tratta di un fatto senza precedenti, che ci deve seriamente preoccupare perchè mette in discussione la qualità stessa della democrazia nel nostro Paese. Di fronte a tutto questo l’opzione veltroniana del governo ombra, praticata fin qui dal PD, è una scelta sciagurata. Si deve provare invece, anche a partire dalle mobilitazioni antidiscarica, a costruire una opposizione politica e sociale.

Oltre a stare al fianco dei comitati e dei movimenti di lotta, il nostro Partito deve essere portatore di una proposta alternativa e usare tutti gli strumenti a sua disposizione per ottenere una svolta radicale, che segni anzitutto la fine della logica dell'emergenza e della gestione commissariale. Si tratta di rovesciare l'impostazione del piano regionale dei rifiuti, che tende ad affrontare il problema sul piano dello smaltimento, puntando sulla costruzione degli inceneritori.
Occorre affrontare il problema a monte, secondo la filosofia delle "4 R" - riduzione, raccolta differenziata, riciclo, riuso - e con l'obiettivo strategico rifiuti-zero.
È necessaria la costituzione di società pubbliche o cooperative in grado di trasformare i rifiuti, come plastica, carta, vetro, alluminio, in materie prime seconde; è necessaria la costruzione di nuovi impianti di compostaggio. In tal modo i rifiuti da problema diverrebbero risorsa e si avvierebbe la costruzione di una vera economia del riciclaggio e del riuso.
Siamo assolutamente contrari alla realizzazione di nuove discariche e continueremo a contribuire ai movimenti di lotta sorti sul territorio. Siamo ugualmente contrari alla costruzione di inceneritori - "piccoli" o grandi che siano. Questi producono sempre e comunque emissioni nocive e non risolvono affatto il problema delle discariche, visto che il 30% circa dei rifiuti introdotti si trasforma in ceneri (rifiuti speciali), da conferire in discariche controllate.

L’emergenza rifiuti rappresenta plasticamente un modello di sviluppo basato strutturalmente sulla crescita illimitata della produzione e del consumo di merci, un paradigma che è in aperta contraddizione con i limiti che l'ecosistema planetario pone ai processi produttivi e di consumo.

Acqua e beni comuni

Rifondazione comunista assieme al mondo dell’associazionismo e dei movimenti di questa provincia ha finora impedito la privatizzazione dell’acqua, scongiurando l’affidamento del servizio idrico integrato ad una importante società privata controllata dalla multinazionale Acea.
Una vittoria significativa ma che rischia di essere compromessa dalla nuova maggioranza, determinatasi in Parlamento dopo le elezioni, che certo cancellerà la moratoria.

È fondamentale continuare a lottare contro la tendenza alla privatizzazione della risorsa idrica: privatizzare e mercificare l'acqua è come privatizzare e ridurre a merce la vita stessa.
La gestione dell’acqua deve essere tale da eliminare gli sprechi, gli usi impropri, le perdite, promuovere il riciclaggio sistematico. Bisogna intervenire a monte sull’agricoltura, le industrie per convertire i cicli ad alto consumo. Tra gli interventi a monte, valore strategico hanno quelli di rimboschimento, anche per salvaguardare la risorsa idrica.
Un'altra grande questione riguarda i fiumi: la rivitalizzazione dei corsi d’acqua, garanzie di un flusso minimo vitale per i fiumi , e il rimpinguamento delle grandi falde è di importanza capitale, come il controllo rigoroso degli scarichi inquinanti, attraverso, anzitutto, il loro censimento.
Occorre combattere gli sprechi e gli usi eccessivi, finanziando a tasso agevolato la realizzazione di impianti irrigui in agricoltura a basso consumo d'acqua e che vengano incentivate coltivazioni con minore consumo di acqua, favorendo l'installazione di strumenti di risparmio, riuso, riciclo dell'acqua nelle abitazioni.
Il risanamento della rete di distribuzione, al cui cattivo stato, come è noto, sono imputabili notevolissime perdite, deve essere ovviamente una priorità; su questo capitolo vanno investiti anche i fondi europei della programmazione 2007-2013.

Mentre ci opponiamo fermamente alle privatizzazioni, riteniamo anche necessaria una svolta radicale rispetto al passato governo solo formalmente "pubblico" dei beni comuni e, in primis, dell’acqua.
Gestire una risorsa o un servizio in modo "pubblico" non vuol dire semplicemente affidarlo allo Stato o agli Enti locali. L'esperienza passata insegna, infatti, che logiche privatistiche possono inquinare comunque le scelte di questi soggetti. E' allora necessario un nuovo concetto di "pubblico": può definirsi pubblica solo una gestione partecipata e democratica.
Gestire una risorsa in modo pubblico non può nemmeno significare la moltiplicazione ingiustificata dei costi: per questo è prioritario l’unificazione dei due consigli d’amministrazione dell’Alto Calore.

Dobbiamo affermare il principio che i beni comuni non sono merci e che vanno quindi sottratti alla logica del mercato e del profitto.
Si tratta di una battaglia di cruciale importanza: oggi che il capitale tende ad appropriarsi di ogni elemento dell’ecosistema planetario e della vita stessa.

Camorra e nuova questione morale

Oggi nessuno può dire, come è avvenuto per troppo tempo, che ad Avellino la camorra non c’è! Certo non siamo a Casal di Principe, ma il fenomeno esiste.
La marcia Quindici-Lauro contro la camorra, organizzata da Libera e dai Giovani Comunisti e sostenuta dal Partito anche con la presenza del compagno Forgione, allora Presidente della Commissione Antimafia, rappresenta il tentativo necessario per provare a squarciare quel velo di ipocrisia funzionale a quanti raccontano l’Irpinia come un’isola felice.
Con iniziative come questa, con la campagna “Stop camorra” promossa dalla Federazione, abbiamo voluto dare un segnale di riscatto e di speranza a quanti vorrebbero denunciare, nella nostra provincia, fenomeni criminali come il riciclaggio, il racket estorsivo e la penetrazione nel sistema degli appalti pubblici.

Anche qui in Irpinia la criminalità organizzata penetra profondamente i poteri e i lavori pubblici: questo ci dicono gli atti intimidatori verificatisi nel corso dell’ultimo anno a danno di molte imprese edili e i dati ufficiali che parlano di ribassi medi del 29% per l’aggiudicazione degli appalti nella nostra provincia.
Da questo punto di vista la scelta di procedere all’adozione di un Protocollo che contrasti il tentativo di infiltrazione camorristica negli appalti pubblici è un fatto assolutamente importante ma ancora insufficiente.
La cosiddetta Stazione Unica Appaltante rappresenta lo strumento migliore per mettere gli appalti al di fuori del raggio d’azione e d’influenza della criminalità organizzata.
Oggi questa scelta è resa tanto più necessaria, visto che il Quadro Strategico Nazionale ha previsto, per il Mezzogiorno, investimenti per oltre 100 miliardi di euro da qui ai prossimi anni: un’occasione irripetibile di accumulazione capitalistica per il sistema economico camorrista.
Inoltre, il rischio che la camorra possa mettere le mani anche sull’esternalizzazione dei servizi pubblici, così come denunciano i documenti della Commissione Parlamentare Antimafia, dovrebbe suggerire una maggiore cautela in merito a certe scelte liberiste e indicare la necessità di estendere le funzioni della Stazione Unica Appaltante anche a servizi e forniture pubbliche.

L’infiltrazione nei poteri pubblici, la notevole diffusione di pratiche clientelari, chiede al Prc e alla sinistra di marcare una netta differenza politico-culturale e di avversare apertamente queste intollerabili degenerazioni.
La questione morale è esplosa oggi nella sua drammatica interezza. Tutto questo rappresenta un autentico cancro che indebolisce la democrazia in gran parte del Mezzogiorno, un cancro che va assolutamente estirpato.
Di fronte a tali degenerazioni, la Sinistra deve chiedere ai suoi interlocutori politici chiari e forti segnali sul terreno della moralità pubblica.

Oltre il fallimento dell'Unione

L’Unione ha fallito.
Questo ci dice l’esperienza del Governo Prodi, su cui hanno pesato negativamente le pressioni dei poteri forti e in cui tutta la sinistra non è riuscita ad incidere adeguatamente. Non si è realizzato il nostro progetto: quello di un governo capace di rappresentare una drastica alternativa a Berlusconi e di stabilire un rapporto profondo con la società e i movimenti.
Ma questo fallimento ce lo abbiamo sotto gli occhi anche, in molti casi, negli Enti della provincia di Avellino dove, spesso, l’Unione ha portato avanti politiche inaccettabili, e si caratterizza per comportamenti clientelari, logiche prevalentemente spartitorie, pratiche poco trasparenti e per nulla partecipate.

Certamente, però, di fronte alla vittoria delle destre, nel Paese e in Irpinia, non si può sottovalutare la necessità di contrastare quest’avanzata, anche a partire, laddove è possibile, dalla costruzione di coalizioni di un nuovo centro-sinistra per il governo degli Enti Locali. Non è affatto scontato l’esito di questo tentativo, ma bisogna provarci.
Rifondazione e la sinistra, anche in Irpinia, sconfiggendo una certa propensione alla marginalità, hanno il dovere, quando ci sono le condizioni, di misurarsi con l’amministrazione degli enti locali. Questo tentativo va condotto senza rinunciare in alcun modo alla nostra autonomia e dando centralità alle questioni programmatiche, portando con radicalità le istanze, i bisogni e le rivendicazioni delle fasce sociali più deboli della nostra provincia, ponendo un argine alle politiche neoliberiste.

Il confronto politico con le altre forze democratiche, anche per ciò che riguarda l’Ente Provincia, non può limitarsi esclusivamente alle segreterie di partito: devono essere coinvolti i movimenti, le organizzazioni sindacali e il mondo dell’associazionismo. E su alcune scelte di particolare valore politico e simbolico, sui programmi quanto sulle candidature, si devono sperimentare spazi di reale partecipazione aperti ai cittadini.
L’avvio del confronto necessita della rimozione, da parte del PD, dell’ideologia dell’autosufficienza: una pratica irragionevole che ha consentito nel Paese lo sfondamento della destra alle recenti elezioni politiche.

In particolare il Prc deve contribuire, in questo quadro, alla convergenza delle forze della sinistra.
Grande attenzione va posta, nell’elaborazione programmatica, ad alcune questioni: raccolta differenziata spinta, compostaggio e politiche sui rifiuti; attivazione di politiche sociali e di integrazione nei confronti di portatori di handicap, giovani, donne, migranti, disoccupati, anziani; promozione degli spazi sociali e di attività culturali; valorizzazione e salvaguardia del patrimonio ambientale e culturale; azione di monitoraggio delle condizioni di lavoro e tutela dei diritti dei lavoratori; politiche di riduzione della precarietà e della disoccupazione; blocco delle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici.
Un posto di rilievo nel nostro impegno politico-istituzionale deve avere la promozione di politiche partecipative.
Dobbiamo lavorare alla costruzione di luoghi e percorsi istituzionali che possano facilitare la comunicazione sociale per una riflessione collettiva sui futuri possibili del territorio che, di solito, invece sono decisi altrove dai grandi poteri privati e pubblici.
Coinvolgere nel processo partecipativo il maggior numero di abitanti e di attori sociali, attivare istituti permanenti di co-decisione nel governo locale (referendum, ecc), permette di produrre politiche pubbliche più efficaci, più giuste, più democratiche.